Clima

A dieci anni dall’Accordo di Parigi mondo ancora fuori rotta, gas serra in aumento

A dieci anni dall’Accordo di Parigi le emissioni Ghg nel 2024 sono aumentate dell’1,3% rispetto al 2023 e del 4,7% rispetto al 2019

di Chiara Bussi

La temperatura nel mese di agosto 2024 confrontata con quella media tra il 1951 e il 1980 secondo le rilevazioni satelitari di Nasa-Noaa

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I punti chiave

  • Grassi (Ipcc): quadro a luci e ombre
  • Misurare per agire
  • Le foreste

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A dieci anni dall’Accordo di Parigi le emissioni globali di gas serra (i cosiddetti Ghg) viaggiano ancora fuori rotta. Nel 2024, secondo il rapporto Edgar del Joint Research Centre della Commissione Ue diffuso il mese scorso, il loro aumento è stato dell’1,3% rispetto al 2023: hanno così raggiunto 53,2 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente - senza contare quelle derivanti dall’uso del suolo e dalla deforestazione - il livello più alto di sempre. Le otto economie a maggiori emissioni - Cina, Stati Uniti, India, Ue, Russia, Indonesia, Brasile e Giappone - hanno contribuito insieme al 62% del totale. Ma le uniche due aree in controtendenza sono state l’Unione europea e il Giappone. I Ventisette hanno registrato -1,8% portando così la quota sul totale globale al 5,9% rispetto al 6,1% del 2023. Il Giappone le ha ridotte del 2,8 per cento. Tutti gli altri Paesi hanno invece mostrato un segno positivo: +0,8% in Cina, +0,4% negli Usa, +0,2% in Brasile, con aumenti più marcati in Indonesia (+5%), India (+3,9%) e Russia (+2,4 per cento). Il 2024 è stato anche caratterizzato dagli incendi forestali, soprattutto in Sud America e in Canada.

Grassi (Ipcc): quadro a luci e ombre

«Il quadro - sottolinea Giacomo Grassi, unico membro italiano della task force dell’Ipcc dell’Onu sugli inventari di gas serra - è a luci e ombre. Le emissioni globali continuano ad aumentare a causa dei combustibili fossili, ma a un ritmo più contenuto rispetto a dieci anni fa». In particolare, fa notare, «nella Ue le emissioni di gas serra sono diminuite del 37% rispetto al 1990, mentre il Pil è cresciuto del 68 per cento. Questo dimostra che è possibile coniugare crescita economica e sostenibilità. Se da un lato l’Unione Europea è in linea con gli obiettivi climatici al 2030, la sfida ora è mantenere la rotta, sfruttando le opportunità offerte dalla transizione: innovazione, competitività e maggiore sicurezza energetica». Sempre rispetto al 1990 le emissioni negli Usa sono calate del 5%, mentre la Cina le ha quadruplicate e il Brasile raddoppiate.

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La strada da fare è ancora molta. Secondo l’ultimo Emission Gap report di Unep (il programma ambientale dell’Onu) le emissioni di gas serra dovrebbero scendere del 42% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019 per limitare il riscaldamento globale entro gli 1,5 gradi a fine secolo (rispetto all’epoca pre-industriale) come previsto dal Trattato sul clima. Lo scorso anno, invece, si sono mosse nella direzione opposta segnando un rialzo del 4,7% rispetto al 2019.

In questo contesto globale, rileva Grassi, «ci troviamo a un bivio: da un lato gli scenari climatici peggiori appaiono oggi meno probabili, grazie alla transizione in atto. Dall’altro, il rallentamento dell’impegno climatico da parte degli Usa rischia di frenare i progressi, proprio quando invece sarebbe necessario accelerare, colmando il divario tra promesse e azioni». Attenzione, però, avverte: «Il rischio di rallentare non significa fermarsi. Le energie rinnovabili continuano a crescere in tutto il mondo, sia nei Paesi industrializzati sia in quelli emergenti. La strada verso un’economia a basse emissioni è ormai tracciata e la transizione verso energie più pulite ed elettrificazione è inarrestabile, per motivi fisici, economici e geopolitici».

Misurare per agire

Cruciali saranno gli impegni (i cosiddetti Ndc, nationally determined contributions) che i governi porteranno alla Cop 30, quest’anno a Belém in Brasile dal 10 al 21 novembre. «Un dato interessante – afferma Grassi - riguarda la Cina, oggi il principale emettitore mondiale. Al recente summit dell’Onu a New York ha annunciato l’obiettivo di ridurre le emissioni del 7-10% entro il 2035 rispetto al picco, che si spera sia raggiunto già nel 2025, grazie della rapidissima diffusione di solare, eolico e veicoli elettrici». Il Brasile ha promesso una riduzione netta tra il 59 e il 67% entro il 2035 rispetto al 2005, mentre la Ue, pur ribadendo la sua ambizione climatica, è in ritardo nella presentazione del nuovo Ndc. Per ora i ministri dell’Ambiente hanno approvato una dichiarazione d’intenti, in cui si afferma la volontà di ridurre le emissioni di gas serra tra il 66,3% e il 72,5% entro il 2035.

I piani nazionali sono un tassello fondamentale verso il prossimo Global stocktake, il meccanismo previsto dall’Accordo di Parigi ogni cinque anni. «Serve a capire - spiega Grassi - dove siamo rispetto a dove dovremmo essere per raggiungere gli obiettivi climatici di lungo termine. Il primo Global stocktake, concluso nel 2023 alla COP28, ha mandato un messaggio chiaro: non stiamo facendo abbastanza e il tempo per invertire la rotta si sta riducendo rapidamente».

Gli scenari più probabili indicano, allo stato attuale, un riscaldamento globale compreso tra i 2,5 e i 3 gradi entro fine secolo, ben oltre gli obiettivi di Parigi. Ma la difficile comparabilità dei dati potrebbe mettere a rischio il risultato finale. «Gli inglesi dicono: se non misuri, non gestisci e questo - spiega - vale anche per il clima».

Le foreste

Tra tutti gli ambiti il più complesso da monitorare è quello delle foreste. Eppure, il loro ruolo è fondamentale perchè assorbono circa un quarto delle emissioni globali di CO₂. Dal momento che non tutte le emissioni dovute alle attività umane potranno essere eliminate completamente, la capacità delle foreste di assorbire CO₂ è cruciale per raggiungere la neutralità climatica, condizione essenziale per stabilizzare le temperature globali. Tuttavia «stimare con precisione queste quantità è difficile, soprattutto perché è complicato distinguere tra l’assorbimento naturale e quello influenzato dalla gestione umana. A livello globale - dice Grassi - questa incertezza rende difficile capire con esattezza dove ci troviamo rispetto ai nostri obiettivi, un po’ come se ciascuno usasse una bilancia con unità di misura diverse. La scienza sta lavorando per armonizzare questi metodi di calcolo in vista del prossimo Global Stocktake previsto per il 2028».

Un tema centrale alla Cop 30 sarà anche la protezione delle foreste tropicali. Il Brasile proporrà uno nuovo fondo, il Tropical forests forever fund, che rafforza il sostegno internazionale alla conservazione delle foreste e ambisce a proporre un nuovo modello globale per la finanza climatica.

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