A casa dei grandi fotografi: mettere a nudo la bellezza (e le sue trappole)
È stata la musa di Newton e di Sieff. Adesso, invece di farsi guardare, vuole vedere. Così Sylvie Blum è passata dietro l’obiettivo e racconta perché lo sguardo di una donna può essere diverso.
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Un tempo non avrei mai immaginato di passare dietro la macchina fotografica. Ma poi è arrivato quel momento della vita in cui ho smesso di essere guardata per iniziare, finalmente, a vedere». Siamo nello studio di Hollywood di Sylvie Blum. «Che fortuna! Oggi c’è un bellissimo sole, così posso mostrarti le mie stampe per bene», mi dice ridendo. Ha i capelli raccolti in una coda morbida, gli occhiali dalla montatura nera e spessa. Fin dalle prime battute che ci scambiamo c’è già molto di lei: una gioia luminosa, candida e familiare, che emerge così spontanea da sorprendermi. Per oltre sedici anni, il suo volto e il suo corpo sono stati la tela su cui alcuni dei più grandi fotografi, da Helmut Newton a Jeanloup Sieff, hanno proiettato le proprie visioni. Ma per Sylvie Blum, il ruolo di musa non è mai stato passivo. Dopo anni trascorsi a interiorizzare la grammatica complessa del set, il passaggio dall’altra parte dell’obiettivo è avvenuto come un’evoluzione naturale, quasi necessaria. Oggi, quella che è stata la modella prediletta di Günter Blum, suo mentore e marito, è diventata l’artefice di un’estetica personale, potente e scultorea, capace di raccontare il femminile con una consapevolezza che solo chi ha vissuto sotto i riflettori riesce a possedere. È in quel contesto che ha preso forma in lei una comprensione profonda dello sguardo maschile, il cosiddetto male gaze, con i codici che lo accompagnano, dove desiderio e potere si intrecciano. «Essere una fotografa donna mi ha dato con le modelle un vantaggio che non è questione di genere, ma di pelle: so esattamente che cosa si prova dall’altra parte dell’obiettivo. Conosco quel misto di eccitazione e vulnerabilità che attraversa il corpo quando sei sotto i riflettori. Sì, spingo sempre un po’ oltre, perché so che il meglio arriva proprio quando si esce dalla comfort zone, ma ho anche imparato a leggere uno sguardo, a riconoscere quando una modella ha bisogno di una pausa. Lo studio diventa un salotto, un punto di incontro tra amiche, ci si siede ancora truccate e pettinate, si ride di una battuta fuori posto, si gioca con i vestiti di scena, come da bambine».
C’è una contraddizione affascinante nel lavoro di Sylvie Blum: le sue immagini appaiono a prima vista impeccabili, quasi algide nella loro precisione, ogni muscolo trasformato in linea, ogni curva ridotta a pura geometria, ogni sguardo calibrato con estrema precisione. Eppure, dietro quella patina di freddezza formale, Sylvie è una forza della natura. Tra intrecci di braccia, sguardi che affiorano e tensioni muscolari che trattengono una risata, emergono figure pop, bagnanti stanche e sornione, come appena uscite da una piscina di David Hockney. E poi quei connubi enigmatici tra femminilità e regno animale, come se Fernand Khnopff e Leonora Carrington avessero stretto un patto segreto. Il suo non è un controllo che sottrae l’umano, ma che lo sublima: toglie il superfluo per lasciare emergere la sostanza. Una sostanza vibrante, femminile e ribelle. La freddezza resta in superficie. Sotto, il fuoco.
Dopo oltre vent’anni negli Stati Uniti, tra New York e Los Angeles, oggi divide il suo tempo tra l’Europa e l’America, lavorando da due luoghi fortemente simbolici: il suo studio hollywoodiano, un tempo appartenuto al celebre fotografo Herb Ritts, e una storica cantina del XVI secolo in Germania, che sta trasformando in uno spazio creativo. Si muove rapida e a suo agio tra le stampe appese alle pareti, bianche e altissime, e nell’aria resta l’odore del caffè americano appena fatto. Stampe e provini sparsi sul tavolo e sul pavimento raccontano il suo mondo, mentre tocchi di rosa e glitter spezzano con grazia la severità dello studio. Orsetti di peluche rosa, rossetti aperti, collant e mini borsette rimandano ad alcuni dei suoi scatti più recenti, piccoli dettagli della sua pratica paziente e sensibile.
Più il tempo passa, più questa doppia geografia si imprime nel suo sguardo.
«In America tutto è veloce, efficiente e scoppiettante. Ma io ho bisogno di tempo. Più resto in Europa, più sento il bisogno di custodire le mie radici. Nata in Austria, percepisco in Europa una cultura dell’immagine diversa, più lenta, più profonda». Il tempo è una parola chiave nella sua pratica e il bianco e nero domina gran parte del suo lavoro. Non come omaggio al passato, ma come scelta stilistica radicale.

















