Nello studio di Hollywood

A casa dei grandi fotografi: mettere a nudo la bellezza (e le sue trappole)

È stata la musa di Newton e di Sieff. Adesso, invece di farsi guardare, vuole vedere. Così Sylvie Blum è passata dietro l’obiettivo e racconta perché lo sguardo di una donna può essere diverso.

di Angelica Moschin

Sylvie Blum nel suo studio di Hollywood con la sua macchina fotografica analogica vintage Crown Graphic per le Polaroid di grande formato. Dietro di lei, a sinistra “Angela Rides the Lion” (2008), che fa parte della collezione del MOCA di Bangkok. A destra, “Hair Sculpture” della sua nuova serie “Pink Tape”: gli occhi della musa, coperti di nastro adesivo rosa, sono un omaggio alla Pop Art e aggiungono un tocco di mistero.

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Un tempo non avrei mai immaginato di passare dietro la macchina fotografica. Ma poi è arrivato quel momento della vita in cui ho smesso di essere guardata per iniziare, finalmente, a vedere». Siamo nello studio di Hollywood di Sylvie Blum. «Che fortuna! Oggi c’è un bellissimo sole, così posso mostrarti le mie stampe per bene», mi dice ridendo. Ha i capelli raccolti in una coda morbida, gli occhiali dalla montatura nera e spessa. Fin dalle prime battute che ci scambiamo c’è già molto di lei: una gioia luminosa, candida e familiare, che emerge così spontanea da sorprendermi. Per oltre sedici anni, il suo volto e il suo corpo sono stati la tela su cui alcuni dei più grandi fotografi, da Helmut Newton a Jeanloup Sieff, hanno proiettato le proprie visioni. Ma per Sylvie Blum, il ruolo di musa non è mai stato passivo. Dopo anni trascorsi a interiorizzare la grammatica complessa del set, il passaggio dall’altra parte dell’obiettivo è avvenuto come un’evoluzione naturale, quasi necessaria. Oggi, quella che è stata la modella prediletta di Günter Blum, suo mentore e marito, è diventata l’artefice di un’estetica personale, potente e scultorea, capace di raccontare il femminile con una consapevolezza che solo chi ha vissuto sotto i riflettori riesce a possedere. È in quel contesto che ha preso forma in lei una comprensione profonda dello sguardo maschile, il cosiddetto male gaze, con i codici che lo accompagnano, dove desiderio e potere si intrecciano. «Essere una fotografa donna mi ha dato con le modelle un vantaggio che non è questione di genere, ma di pelle: so esattamente che cosa si prova dall’altra parte dell’obiettivo. Conosco quel misto di eccitazione e vulnerabilità che attraversa il corpo quando sei sotto i riflettori. Sì, spingo sempre un po’ oltre, perché so che il meglio arriva proprio quando si esce dalla comfort zone, ma ho anche imparato a leggere uno sguardo, a riconoscere quando una modella ha bisogno di una pausa. Lo studio diventa un salotto, un punto di incontro tra amiche, ci si siede ancora truccate e pettinate, si ride di una battuta fuori posto, si gioca con i vestiti di scena, come da bambine».

“Pierre Cardin Hat” (2025), della serie “Sixties Forever”. La modella è la sua supermusa e responsabile dello studio, Maya.

C’è una contraddizione affascinante nel lavoro di Sylvie Blum: le sue immagini appaiono a prima vista impeccabili, quasi algide nella loro precisione, ogni muscolo trasformato in linea, ogni curva ridotta a pura geometria, ogni sguardo calibrato con estrema precisione. Eppure, dietro quella patina di freddezza formale, Sylvie è una forza della natura. Tra intrecci di braccia, sguardi che affiorano e tensioni muscolari che trattengono una risata, emergono figure pop, bagnanti stanche e sornione, come appena uscite da una piscina di David Hockney. E poi quei connubi enigmatici tra femminilità e regno animale, come se Fernand Khnopff e Leonora Carrington avessero stretto un patto segreto. Il suo non è un controllo che sottrae l’umano, ma che lo sublima: toglie il superfluo per lasciare emergere la sostanza. Una sostanza vibrante, femminile e ribelle. La freddezza resta in superficie. Sotto, il fuoco.

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“The Raincoat” (2024), un’altra immagine ispirata agli anni Sessanta, con elementi vintage.

Dopo oltre vent’anni negli Stati Uniti, tra New York e Los Angeles, oggi divide il suo tempo tra l’Europa e l’America, lavorando da due luoghi fortemente simbolici: il suo studio hollywoodiano, un tempo appartenuto al celebre fotografo Herb Ritts, e una storica cantina del XVI secolo in Germania, che sta trasformando in uno spazio creativo. Si muove rapida e a suo agio tra le stampe appese alle pareti, bianche e altissime, e nell’aria resta l’odore del caffè americano appena fatto. Stampe e provini sparsi sul tavolo e sul pavimento raccontano il suo mondo, mentre tocchi di rosa e glitter spezzano con grazia la severità dello studio. Orsetti di peluche rosa, rossetti aperti, collant e mini borsette rimandano ad alcuni dei suoi scatti più recenti, piccoli dettagli della sua pratica paziente e sensibile.

“Milk One” (2014), esperimento ad alta velocità per congelare un istante.

Più il tempo passa, più questa doppia geografia si imprime nel suo sguardo.

«In America tutto è veloce, efficiente e scoppiettante. Ma io ho bisogno di tempo. Più resto in Europa, più sento il bisogno di custodire le mie radici. Nata in Austria, percepisco in Europa una cultura dell’immagine diversa, più lenta, più profonda». Il tempo è una parola chiave nella sua pratica e il bianco e nero domina gran parte del suo lavoro. Non come omaggio al passato, ma come scelta stilistica radicale.

“Bottega Boots”(2025) è un’immagine artistica creata con alcuni importanti capi couture vintage per una serie dedicata alla moda senzatempo.

Lavora con fotocamere digitali di diversi formati, Leica, Nikon, Hasselblad, alternandole a una collezione di macchine analogiche d’epoca, tra cui le gloriose Rolleiflex, che contribuiscono a definire la fisicità del suo sguardo. Mentre le sfiora una a una, una luce radente cade dall’alto incidendo le pareti: una coincidenza quasi perfetta. «Quando riduco un’immagine a luce e ombra, black & white, tolgo anche il tempo in cui è stata realizzata. Non voglio che si capisca quando è stata fatta. Mi interessano immagini che non scadono, immagini senza tempo. Senza il colore della pelle, il corpo perde ogni riferimento temporale e diventa qualcosa di essenziale: edel (in tedesco: nobile), scolpito, sospeso tra realtà e archetipo».

“Issey Miyake Scarf” (2022), l’iconica sciarpa plissettata della serie Pleats Please prende vita nella forma astratta che Sylvie ha immaginato.

La pelle smette di essere solo pelle: si trasforma in paesaggio, in texture e in silenzio. Non è una sottrazione, è una rivelazione. È un approccio che guarda alle sculture classiche, ma anche alla fotografia degli anni Venti e Trenta, a un’idea di bellezza che non ha bisogno di essere aggiornata. Poi c’è anche il colore, che Sylvie ama con altrettanta passione. Figlia degli anni Sessanta, conserva intatta la fascinazione per l’estetica space age: i tessuti futuristi indossati da sua madre, il taglio bob dei capelli, gli occhiali alla Pierre Cardin, le palette vitaminiche e quell’attitude spensierata che guardava dritto al futuro. Da questa estetica prende forma una serie oggi tra le più richieste dai collezionisti e dai magnati dell’industria beauty newyorkese, che ne custodiscono interi cicli come frammenti di un’epoca leggera e luminosa. Sylvie Blum pensa anche alla destinazione finale delle sue immagini. «Mi chiedo sempre dove finiranno i miei scatti: in una casa, su una parete, in una collezione, in un museo o in un libro. Una fotografia deve reggere lo sguardo nel tempo. Deve contenere qualcosa che, prima o poi, smette di circolare e rimane».

“Radical Painted Prints Soft Kitty” (2024), stampa a pigmenti d’archivio in bianco e nero decorata con pittura a olio e nastro adesivo rosa.

Questo pensiero trova una delle sue massime espressioni nella grande mostra Naked Beauty al Museum of Contemporary Art (MOCA) di Bangkok, una retrospettiva monumentale di 10mila metri quadrati. Serie come Naked Beauty, Big Cat, Animal, Lips e Space Age convivono in un percorso che mette al centro il corpo femminile come forma, forza e presenza. La celebre Lip Lounge, una delle installazioni più visitate del museo, è diventata un’icona pop: un ambiente immersivo dominato da una delle più grandi stampe archivistiche seamless al mondo, Glitter Face, che osserva i visitatori con grazia regale. Ma accanto al rigore formale, nel lavoro di Sylvie Blum esiste sempre uno spazio di gioco. Un’energia infantile, dichiarata, che impedisce al controllo di irrigidirsi.

“The Head Dress” (2026), sempre per la serie “Timeless Fashion”, è una stampa d’archivio in bianco e nero che ricorda Audrey Hepburn e l’eleganza hollywoodiana.

«Sono giocosa, ma anche molto seria. Se controlli tutto fino all’ultimo dettaglio, il lavoro diventa rigido. L’errore è una possibilità: se hai occhio, puoi trasformarlo in qualcosa di nuovo».

Questo atteggiamento è emerso in modo particolarmente intenso durante il periodo del Covid. Isolata e costretta a rallentare, Blum ha iniziato a lavorare su opere più intime, spesso uniche, intervenendo direttamente sulle immagini con scritte, segni e graffi. Spesso la si trovava seduta sul pavimento, immersa nel suo esprit creativo, con i suoi due gatti fedeli acciambellati accanto.

Le fotografie si trasformano in un diario visivo destinato a se stessa più che a un pubblico. Un lavoro introspettivo che rompe con la monumentalità di alcune serie precedenti e che rivela un lato più vulnerabile, quasi fanciullesco, della sua pratica.

La materia, per Sylvie Blum, resta centrale. «Ho iniziato con l’analogico e nel tempo sono diventata una maestra della stampa d’arte: lavoro in camera oscura o con pigmenti archivistici, seguendo ogni fase della produzione, dagli scatti agli interventi manuali sulla carta. Potremmo dire che mi autodirigo da sola» (valore delle opere da 4.500 a 50mila euro).

Sylvie Blum davanti alle opere della “Lips Series”, durante l’opening della sua mostra al MOCA di Bangkok nel 2020. Ai suoi scatti, il museo dedica uno spazio permanente di 10.000 metri quadrati con 300 immagini e 100 stampe originali tratte dai suoi lavori “Naked Beauty Series”, “Big Cat Series” e “Animal Series”.

Questa attenzione certosina per la qualità si è vista anche nelle stampe vintage di straordinaria eleganza presentate a Photo London 2024: opere che dialogano con la storia della fotografia e che mostrano un controllo assoluto della luce e della materia. Dalle stampe vintage alla pagina del libro, il suo sesto a oggi, la visione dell’artista acquista maggiore profondità. Wild Beauty, retrospettiva di quindici anni di lavoro, esplora il rapporto tra il corpo femminile e il mondo naturale. Stampato in Italia, a Trento, secondo una tradizione tipografica di altissima qualità, il volume raccoglie oltre 200 immagini, in bianco e nero e a colori, realizzate in Sudafrica, Namibia, Thailandia e nel deserto californiano. Animali e corpi convivono qui in una tensione controllata, mai spettacolare.

«Gli animali sono veri. Non recitano. Devi essere rapida, presente, ma soprattutto umile di fronte a una forza che non si può domare. Con i felini ho lavorato per anni: ho imparato i loro ritmi, conquistato la loro fiducia e quella delle modelle che hanno accettato questa sfida. Come Angela, protagonista di uno dei miei scatti più iconici, Angela Rides the Lion, dove, da vicino, si vede una lacrima di pura adrenalina solcarle il viso. Quel giorno probabilmente mi ha odiato un po’. Ma da lì in avanti siamo diventate grandi amiche».

“Pink Teddy Coat”, progettato e realizzato a mano da Sylvie con 500 orsacchiotti rosa: il cappotto è un’espressione pop-art e un pezzo della sua serie “Art Fashion”.

In un momento storico dominato dall’immagine digitale, la sua posizione sull’intelligenza artificiale è netta, quasi istintiva. «Non sento il bisogno dell’intelligenza artificiale nel mio processo. Preferisco scavare nella pittura, nella chimica della camera oscura, nelle idee. Tornare con le mani sull’opera: dipingerci sopra, toccarla, rovinarla. Mi interessa ciò che porta i segni del tempo e dell’uso, come una Polaroid consumata, con i bordi sbiaditi e lo strappo della pellicola ancora visibile».

Tra editoria, istituzioni e mercato, la carriera di Sylvie Blum si è sviluppata con una coerenza rara: sei libri pubblicati (per lo più sold out), mostre museali, opere vendute da Christie’s e una collaborazione continuativa con la galleria Fahey/Klein a Los Angeles, che oggi la rappresenta (stampe vintage alla gelatina d’argento in edizioni limitate da 3 a 6 esemplari, da 10mila euro). Le faccio un’ultima domanda: quando qualcuno guarda una tua fotografia, che cosa vorresti che vedesse oltre l’immagine stessa? Il sorriso si attenua e lo sguardo si fa fermo. Non esita un istante. «La mia anima».

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