A casa dei grandi fotografi: nel mondo privato di Julia Hetta
Le sue immagini sono un antidoto allo scroll. Attinge a un repertorio pittorico antico, da Hammershøi a Vermeer, e scolpisce ritratti e nature morte con la luce. Un invito a fermarsi.
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La fotografa svedese Julia Hetta è un’àncora nel tumulto visivo del nostro tempo, tra scroll infiniti e immagini consumate alla velocità della luce. Lei non lascia fuggire lo sguardo, ma lo invita a fermarsi. Le sue immagini sono composte con la pazienza di un pittore fiammingo, illuminate da una luce che sembra filtrare da una finestra nordica e abitate da una quiete quasi meditativa. Non sorprende che, durante il nostro incontro, citi Hammershøi, Vermeer e persino Tarkovsky: «Mi piace che il cervello cerchi di decodificare un’immagine, ma senza trovare una risposta univoca. Ti ricorda un po’ di questo, un po’ di quello… Ecco cos’è una vera fotografia: deve essere stratificata».
A differenza di quanto si potrebbe immaginare, Hetta non lavora con esposizioni lunghe. La sua lentezza è più concettuale che tecnica. Nasce dal tempo dedicato alla posa, alla scelta di un tessuto, alla direzione di una mano; tutti gesti che attingono al repertorio della pittura antica. «Ho sempre avuto la mia biblioteca di immagini in testa. Sono anni che guardo i maestri dell’arte e della fotografia, sono i miei amici invisibili. Ed è proprio questa radice pittorica a plasmare il mio linguaggio, tanto nei ritratti quanto nelle nature morte, dove ogni oggetto, che sia un guanto, un ventaglio o un velluto, diventa immediatamente scultura».
Questa inclinazione non è solo estetica, ma profondamente filosofica. «Non penso mai alla fotografia o alla pittura come categorie separate. Per me conta sempre il modo di guardare. La luce arriva prima di tutto; è lei che plasma l’atmosfera, che crea intimità, che permette a un’immagine di resistere nel tempo. È come scolpire con la luce, non semplicemente registrarla». Questa visione, nutrita da una formazione artistica e da una sensibilità quasi tattile, la spinge a cercare non l’istantaneità, ma la durata. «Voglio che le persone possano guardare un’immagine per molto tempo, come si farebbe con un dipinto. Che ci trovino qualcosa di nuovo ogni volta. È lì che nasce la meditazione».
C’è, in tutta la sua opera, un’idea quasi sacrale del vuoto: non come assenza, ma come spazio carico di potenzialità. «Il silenzio non è vuoto. È ciò che permette agli oggetti, ai volti, alle ombre di parlare con chiarezza. È lì che imparo ad ascoltare. E quando torno in studio, porto con me quel silenzio. Lo metto letteralmente dentro l’inquadratura». Questa attitudine spiega perché anche i suoi still life, che si tratti di un bicchiere d’acqua, un ramo secco o un foglio di carta piegato, sembrano respirare: non sono composizioni, ma presenze.
La sua cifra stilistica è riconoscibile fin dagli esordi. Hetta ricorda con affetto la serie per Acne Paper: un abito blu, una mela, una luce limpida. «È stato uno dei primi lavori in cui ho sentito di avere una mia voce personale. Ma poi c’è stata anche la serie fotografica Dazzling Black, realizzata per Dior Magazine in una casa abbandonata fuori Parigi: una palette blu-verde, interni sospesi, atmosfere hammershøiane, appunto. Volevo creare un mondo in cui il tempo fosse congelato». E ancora i ritratti di Cate Blanchett, in bianco e nero, a cui è particolarmente legata, dove la postura teatrale dell’attrice si fonde con la sua attenzione alla gestualità. «Con lei è stato speciale: sapeva usare il corpo come una scultura. È lì che ho capito quanto conti la complicità tra il fotografo e il suo soggetto».















