Dietro l’obiettivo

A casa dei grandi fotografi: nel mondo privato di Julia Hetta

Le sue immagini sono un antidoto allo scroll. Attinge a un repertorio pittorico antico, da Hammershøi a Vermeer, e scolpisce ritratti e nature morte con la luce. Un invito a fermarsi.

di Angelica Moschin

La fotografa svedese Julia Hetta nel suo studio.

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La fotografa svedese Julia Hetta è un’àncora nel tumulto visivo del nostro tempo, tra scroll infiniti e immagini consumate alla velocità della luce. Lei non lascia fuggire lo sguardo, ma lo invita a fermarsi. Le sue immagini sono composte con la pazienza di un pittore fiammingo, illuminate da una luce che sembra filtrare da una finestra nordica e abitate da una quiete quasi meditativa. Non sorprende che, durante il nostro incontro, citi Hammershøi, Vermeer e persino Tarkovsky: «Mi piace che il cervello cerchi di decodificare un’immagine, ma senza trovare una risposta univoca. Ti ricorda un po’ di questo, un po’ di quello… Ecco cos’è una vera fotografia: deve essere stratificata».

Cate Blanchett per “So It Goes”, ottobre 2017.

A differenza di quanto si potrebbe immaginare, Hetta non lavora con esposizioni lunghe. La sua lentezza è più concettuale che tecnica. Nasce dal tempo dedicato alla posa, alla scelta di un tessuto, alla direzione di una mano; tutti gesti che attingono al repertorio della pittura antica. «Ho sempre avuto la mia biblioteca di immagini in testa. Sono anni che guardo i maestri dell’arte e della fotografia, sono i miei amici invisibili. Ed è proprio questa radice pittorica a plasmare il mio linguaggio, tanto nei ritratti quanto nelle nature morte, dove ogni oggetto, che sia un guanto, un ventaglio o un velluto, diventa immediatamente scultura».

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“Dior Magazine”, dicembre 2019.

Questa inclinazione non è solo estetica, ma profondamente filosofica. «Non penso mai alla fotografia o alla pittura come categorie separate. Per me conta sempre il modo di guardare. La luce arriva prima di tutto; è lei che plasma l’atmosfera, che crea intimità, che permette a un’immagine di resistere nel tempo. È come scolpire con la luce, non semplicemente registrarla». Questa visione, nutrita da una formazione artistica e da una sensibilità quasi tattile, la spinge a cercare non l’istantaneità, ma la durata. «Voglio che le persone possano guardare un’immagine per molto tempo, come si farebbe con un dipinto. Che ci trovino qualcosa di nuovo ogni volta. È lì che nasce la meditazione».

“M Le Monde”, marzo 2013.

C’è, in tutta la sua opera, un’idea quasi sacrale del vuoto: non come assenza, ma come spazio carico di potenzialità. «Il silenzio non è vuoto. È ciò che permette agli oggetti, ai volti, alle ombre di parlare con chiarezza. È lì che imparo ad ascoltare. E quando torno in studio, porto con me quel silenzio. Lo metto letteralmente dentro l’inquadratura». Questa attitudine spiega perché anche i suoi still life, che si tratti di un bicchiere d’acqua, un ramo secco o un foglio di carta piegato, sembrano respirare: non sono composizioni, ma presenze.

La sua cifra stilistica è riconoscibile fin dagli esordi. Hetta ricorda con affetto la serie per Acne Paper: un abito blu, una mela, una luce limpida. «È stato uno dei primi lavori in cui ho sentito di avere una mia voce personale. Ma poi c’è stata anche la serie fotografica Dazzling Black, realizzata per Dior Magazine in una casa abbandonata fuori Parigi: una palette blu-verde, interni sospesi, atmosfere hammershøiane, appunto. Volevo creare un mondo in cui il tempo fosse congelato». E ancora i ritratti di Cate Blanchett, in bianco e nero, a cui è particolarmente legata, dove la postura teatrale dell’attrice si fonde con la sua attenzione alla gestualità. «Con lei è stato speciale: sapeva usare il corpo come una scultura. È lì che ho capito quanto conti la complicità tra il fotografo e il suo soggetto».

Autoritratto in Polaroid per il libro “Sweden” di Louis Vuitton.

Eppure Hetta non vive in una torre d’avorio. La sua coerenza stilistica è talmente radicata da renderla una collaboratrice ambita da maison di moda, istituzioni culturali e riviste internazionali. Ma non si adatta: viene sempre scelta per essere se stessa. «Non ho mai compromesso la mia voce, la mia signature. Fin dall’inizio, ho tracciato dei confini chiari. Quando un brand mi contatta, sa già a cosa va incontro». Questa chiarezza non è rigidità, ma integrità. Lo dimostra il suo lavoro per il Metropolitan Museum of Art su Karl Lagerfeld: qui non si limitò a fotografare abiti, ma costruì un ritratto invisibile del designer, usando le sue tende come sfondo, le sue ombre come soggetti, i suoi oggetti privati come reliquie. «Volevo rendere visibile ciò che lo ispirava: i film in bianco e nero, la letteratura, l’amore per le ombre. Ho creato qualcosa di profondamente personale, non previsto nel brief originario. Per esempio, ho fotografato solo l’ombra del suo ventaglio, o quella di un manichino, perché per lui, l’ombra era già forma, già presenza. Era un modo per parlare di lui in maniera sottile e allusiva».

“Acne Paper”, marzo 2011.

Oggi Hetta naviga tra due mondi. Da un lato, le commissioni per Louis Vuitton, Hermès, Acne Studios o il Met, cariche di significato, ma condensate in un giorno; dall’altro, progetti a lungo termine, più intimi e liberi. Negli ultimi anni ha pubblicato tre libri: Island, frutto di un pellegrinaggio sull’isola di Fårö con un’amica durante il lockdown, che è anche una riflessione sull’estetica giapponese wabi-sabi; Sweden, un diario visivo in Polaroid commissionato da Louis Vuitton per la collana editoriale Fashion Eye; e un terzo volume, Songen, in uscita in Giappone, ambientato tra le foreste di Fukushima. «Tornare alla natura, lavorare all’aperto, mi riporta alle origini della mia fotografia. È bello riscoprire il modo di lavorare che avevo all’inizio, prima dello studio, prima della fretta».

“Pleasure Garden”, novembre 2019.

In un’epoca di accelerazione, la sua opera è un atto di resistenza gentile. Non grida, non si impone, ma si limita ad esistere. «Oggi più che mai, le persone desiderano qualcosa di statico, di meditativo. Forse è per questo che c’è un movimento opposto all’iperconsumo: un desiderio di radicamento, di profondità». Poco prima che ci lasciamo, Hetta racconta con commozione di una conquista maturata negli anni: la fiducia nella collaborazione. «Dieci anni fa pensavo di dover fare tutto da sola. Oggi credo nella bellezza di costruire qualcosa insieme. Non voglio essere il deus ex machina di un progetto; preferisco creare una comunità, condividere intuizioni». È una visione femminile, forse, ma fondamentalmente umana. E in questa apertura all’altro, nella fusione tra disciplina e poesia, risiede la sua più silenziosa rivoluzione.

“Ssaw Magazine”, Primavera/Estate 2012.

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