Una mossa tutta politica che si scontra con il mercato
L’obiettivo dichiarato dell’Amministrazione Trump: difendere un comparto da 10 milioni di posti di lavoro, che vale il 4,8% del Pil degli Stati Uniti
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I punti chiave
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L’auto occupa una posizione speciale nell’economia e nell’immaginario collettivo americano, ispirata oltre che dai numeri dai nastri d’asfalto che legano assieme un enorme Paese. Le associazioni di settore rivendicano tuttavia come sia tuttora al cuore del manifatturiero, come supporti quasi dieci milioni di posti di lavoro, il 5% dell’impiego privato, e rappresenti il 4,8% del Pil una volta contato indotto e servizi. Ma quella di Trump con l’auto è una relazione complessa. E’ nella bufera creata da politiche di America First oggi agli steroidi: teoricamente protagonista delle promesse del Presidente di un rilancio della produzione in patria. Globalizzato come è, però, il settore si trova al contempo vittima di cure protezionistiche e tradizionaliste, scosso da vortici di deregulation, retromarce sull’ambiente e spirali di dazi e guerre commerciali che minacciano traumi al mercato, all’innovazione e a reti di produzione e forniture integrate ed estese ben oltre i confini.
Certo le aziende possono apprezzare scelte di ammorbidimento e flessibilità ambientale, su obiettivi di riduzione delle emissioni e lotta all’effetto serra. Ma hanno investito cifre enormi sul futuro, sull’elettrificazione, che potrebbe essere ora frenata se depistata dalla foga fossile della Casa Bianca. Trump di sicuro ha congelato una serie di fondi e incentivi per veicoli e manifatturiero pulito e regnano gli interrogativi sull’entità della svolta, su quali e quanti stimoli spariranno davvero, per ordine presidenziale o per future leggi parlamentari varate dalla maggioranza conservatrice che marcia con la Casa Bianca.
S&P Global Mobility evidenzia proprio le politiche ambientali, a cominciare da emissioni, infrastrutture e sicurezza, accanto a quelle commerciali, sui dazi, come le due grandi incognite che terranno sul chi vive i protagonisti del settore, la loro esigenza di stabilità e strategie di lungo periodo e le scommesse tecnologiche. I veicoli elettrici, in particolare, oggi rappresentano il 10% delle vendite negli Usa. Prima che Trump tornasse al volante, il 29% dei consumatori esprimeva serio interesse per un acquisto, tendenza che può essere premiata da modelli migliori e meno cari.
L’incognita dazi
“Probabilmente entreranno in vigore il 2 aprile, al 25%”. Così Trump ha detto di nuove e apposite tariffe sull’import di auto (e di altri settori globali quali farmaceutico e microchip). Ha poi rilanciato il 26 febbraio quella minaccia esplicitamente contro l’Europa, parte di tariffe generali anti-Ue.
Anzi, Trump ha aggiunto che simili dazi forse non si arresteranno facilmente e saranno «significativamente alzati nel corso di un anno». La strategia, ha detto, è studiata per dare alle aziende internazionali «un po’ di tempo» per aprire fabbriche negli Stati Uniti, se vogliono, contribuendo al rilancio dell’industria made in Usa ed evitando i balzelli. Ma rimane da vedere quali saranno criteri per evitare una loro imposizione o una loro escalation, oppure se diventeranno a conti fatti una realtà permanente, capace appunto di ridisegnare il business per le case statunitensi e non solo estere.



