Punk

50 anni fa i 12 mesi che sconvolsero l’Inghilterra

Come 365 giorni hanno cambiato per sempre un paese e il mondo intero. O come disperazione e tensioni sociali abbiano soffocato l’idea di futuro proprio mentre veniva costruita

di Fernando Rennis

Sex Pistol

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«Punk» è una parola che compare nella commedia “Misura per misura” di Shakespeare, l’aveva usata anche il critico Lester Bangs all’inizio degli anni Settanta per descrivere la musica di Stooges e Mc5. Compare il 21 febbraio 1976 a pagina 31 del New Musical Express, quando Neil Spencer descrive il suono dei Sex Pistols. Leggendo l’articolo, due studenti di Bolton scendono a Londra per assistere a un concerto del gruppo e riescono a portarlo lassù, a Manchester, per due volte nel giro di qualche settimana: il 4 giugno e il 20 luglio. È il Big Bang che fa rinascere la lunga tradizione musicale cittadina sopita. Arriveranno i Joy Division, i New Order, gli Smiths, il club Haçienda, gli Oasis.

Proprio nel 1976 a Londra nasce l’etichetta Stiff, fondata da Dave Robinson e Jake Riviera, e il negozio Rough Trade di Geoff Travis: sono i primi centri nevralgici del movimento indipendente. Il festival punk al 100 Club di settembre raduna sullo stesso palco molte band emergenti, dai Clash a Siouxsie and the Banshees, certificando una nuova scena. Tre mesi dopo, in un piovoso pomeriggio di Manchester, i due studenti che avevano portato i Sex Pistols a Manchester incidono un Ep con il loro gruppo, i Buzzcocks: “Spiral Scratch” è totalmente autoprodotto, registrato in qualche ora, finanziato con una colletta. La copertina è una polaroid in bianco e nero, l’etichetta creata dal gruppo per l’occasione.

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Oscenità e furore

Nel frattempo, il Regno Unito sta affondando: l’economia barcolla, le fabbriche chiudono, la disoccupazione giovanile è alta, le prospettive scarseggiano. I ragazzi sono ancora affascinati da film di inizio decennio come “Arancia Meccanica” e, nell’estate del 1976, si perdono nel nichilismo di “Taxi Driver”. In mano tengono libri di William Burroughs e J.G. Ballard, che raccontano città deformate e vite al limite. Si affidano alle anfetamine per reggere la noia e fuggire alla disperazione. Le radio commerciali trasmettono musica distante dalla loro esperienza quotidiana. Cresce così l’attenzione verso ciò che esprime rabbia, frustrazione e rompe gli schemi. È proprio quello che fa il collettivo COUM Transmissions – sta per trasformarsi nei Throbbing Gristle – quando all’Institute of Contemporary Arts di Londra a ottobre scandalizza tutti con l’installazione Prostitution. Due mesi dopo i Sex Pistols bestemmiano in diretta Tv: il punk arriva nelle prime pagine dei quotidiani britannici, persino sul Corriere della Sera, che titola: «Il quartetto dei Sex Pistols lancia dal video inglese oscenità contro la Regina e i benpensanti».

Un attimo prima che tutto esploda

Con Bowie rifugiatosi a Berlino per registrare “Low” e i Queen a dominare le classifiche, sulle televisioni del Regno Unito passano le immagini di un mondo che cambia rapidamente. Il primo volo del Concorde, le bombe dell’IRA, scandali reali; avvicendamenti laburisti al numero 10 di Downing Street, l’obiettivo messo nel mirino di Margaret Thatcher. Come se non bastasse, sui giornali si parla della Guerra fredda e dell’anomala ondata di calore nelle isole britanniche, ci sono gli articoli sullo squartatore dello Yorkshire e l’austerity. A fare da colonna sonora c’era la musica colorata di Top of the Pops, trasmessa il giovedì pomeriggio in TV. Più tardi, a tarda notte, John Peel proponeva in radio la musica emergente. Dodici mesi sconvolgenti, cruciali. Ancora cinquant’anni dopo.

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