Il graffio del lunedì

5-2 alla Roma Torna Lautaro e l’Inter riprende la sua marcia verso lo scudetto

di Dario Ceccarelli

Calcio - Serie A - Inter Milano vs AS Roma - San Siro, Milano, Italia - 5 aprile 2026 Lautaro Martinez dell'Inter Milano esulta dopo aver segnato il terzo gol REUTERS/Jennifer Lorenzini   REUTERS

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Siamo sinceri: Se non sei tifoso dell’Inter, che ha strapazzato la Roma (5-2) rimandando a -9 il Milan e ipotecando davvero lo scudetto, non è facile tornare al campionato italiano dopo lo sprofondo della Nazionale. Certo nel week end di Pasqua, se il pensiero non fosse blasfemo, verrebbe voglia di chiedere una Risurrezione anche per il nostro calcio, ma ormai sappiamo che miracoli di questo genere non sono in agenda.

Né in Cielo né in Terra. E poi tre giorni non basterebbero. Qui sarebbe già un evento soprannaturale avere un buon presidente della Figc (eletto nell’assemblea del 22 giugno) che riesca a trovare un allenatore adeguato in grado di mettere insieme uno straccio di squadra per la Nations League in programma tra il 25 settembre e il 15 novembre.

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Di Risurrezione invece si può parlare per l’Inter (che non vinceva da quattro giornate) e soprattutto per i (nero) azzurri tornati dalla disfatta di Zenica. La sosta ha indubbiamente rinvigorito la squadra di Chivu che, sospinta dal ritorno di capitan Lautaro (autore di una perentoria doppietta), non solo ha demolito la Roma, ma ha anche ribadito agli scettici che l’Inter vuole, fortissimamente vuole, lo scudetto.

Non era scontato, soprattutto dopo quanto successo in Bosnia. Invece Lautaro, come un ciclone, ha spazzato via ogni timore impiegando solo un minuto, ben servito da Thuram, per tornare al gol. I giallorossi, per quanto frastornati, hanno trovato il pareggio con Mancini, ma una chirurgica fiondata di Calhanoglu prima del riposo, li ha stesi definitivamente. Nel secondo tempo non c’è stata storia. Troppo superiore l’Inter, di nuovo in rete con un colpo di testa di Thuram che ha poi dato a Lautaro l’assist del quarto gol. Una festa, quella nerazzurra, conclusa da Barella, anche lui risuscitato, autore del quinto gol.

Che dire? Che l’Inter con il bomber argentino è un’altra cosa. Una macchina da gol dove anche Thuram ha ritrovato se stesso, sia segnando sia distribuendo assist ai compagni e al suo capitano. Un altro rinato è Dimarco, lontanissimo parente della controfigura sbiadita vista a Zenica. Anche Bastoni, applaudito a scena aperta dai tifosi, è sembrato rinfrancato dalla “cura” di San Siro. Lo stesso presidente Marotta lo ha difeso a spada tratta. “Il linciaggio nei suoi confronti è una vergogna”, ha detto polemicamente riaprendo una vicenda che forse sarebbe meglio chiudere. Nel complesso, grazie anche alla vigorosa spinta di Calhanoglu, la squadra di Chivu ha cancellato ogni perplessità sulla sua condizione in vista del rush finale.

Chiaramente un pareggio tra Napoli e Milan, in programma stasera al Maradona, consegnerebbe quasi ufficialmente lo scudetto all’Inter. Male invece la Roma che, pur condizionata dalle tante assenze, è collassata senza reagire nella ripresa. Un brutto colpo per Gasperini, sempre più lontano dalla zona Champions.

A questo punto tutti gli occhi sono su Napoli-Milan, sfida importante, per capire quale delle due inseguitrici può ancora aspirare ad essere l’anti-Inter, o più modestamente la seconda forza del campionato I rossoneri hanno un punto in più (63), però in questo momento i partenopei, oltre ad aver ritrovato tutti i suoi pezzi più pregiati, hanno alle spalle una intera città che, fino alla travolgente vittoria dell’Inter sulla Roma, credeva che tutto fosse ancora possibile. Non solo battere il Milan per effettuare il sorpasso, ma anche realizzare il sogno dei sogni: vincere due scudetti di fila, cosa che finora non è mai successo nella storia di questo club. Il secondo obiettivo, a questo punto, può dirsi quasi naufragato. Comunque la squadra di Conte non perde al Maradona dal 7 dicembre 2024. E anche quest’anno, tra le mure amiche, il Napoli ha la media più alta di tutta la A: 2,43 a partita. Se poi ci mettiamo che arriva da quattro vittorie consecutive, si può capire quanto l’ambiente sia galvanizzato e sicuro di vendicare il ko dell’andata.

Se sul Napoli non ci sono dubbi, invece il Milan è più enigmatico. Per quanto sia secondo, per quanto Allegri lo abbia trasformato rispetto alla squadra allo sbando dell’anno scorso, restano molti dubbi sul suo effettivo valore. La sua grande occasione l’ha sprecata quando ha perso all’Olimpico con la Lazio. Rispetto al Napoli, il Milan non solo ha meno entusiasmo, ma anche una squadra meno agguerrita: l’attacco, con Leao che probabilmente partirà ancora dalla panchina, segna poco. A parte Modric e Rabiot, Allegri deve fare di necessità virtù. E infatti, per depistare, ci scherza su: “Sarà una partita meravigliosa…” dice con quell’aria da livornese impunito.

Napoli-Milan, oltre ad essere importante per la volata finale, sarà anche la sfida tra due allenatori in pole position per la panchina della Nazionale. Per Conte, indicato a furor di popolo, non ci sono diktat negativi. Lo stesso De Laurentiis ha fatto capire che l’operazione non sarebbe impossibile. Mentre Allegri, pur mostrandosi lusingato, ha subito raffreddato gli entusiasmi ricordando che il suo ciclo al Milan è appena iniziato, che il lavoro va perfezionato e che insomma a Milanello ci sta benissimo anche se, l’anno prossimo gli sarà chiesto di alzare l’asticella. Di giocare insomma per vincere, non per un quarto posto che, a quel punto, diventerebbe il minimo sindacale.

Ecco, questa rincorsa a un “nome forte”, a un top player che salvi la Nazionale, dà l’idea di quanto siamo ancora indietro. Che non basta mettere un guru della panchina per risollevare le sorti del calcio italiano. Se non ci siamo qualificati per tre volte al Mondiale, e dal 2010 non vinciamo una Champions, vuol dire che questa crisi non è legata solo a un allenatore più o meno capace. Quanti ne abbiamo fatti saltare di ct.? Ormai è una carneficina. Lo stesso Gattuso, per quanto generoso e di spalle robuste, ne è uscito con le ossa rotte. Anche Ancelotti o Guardiola, farebbero un flop. Il problema è più strutturale, più di sistema: lo stesso nuovo presidente della Federcalcio, che sia Malagò, Abete, Marani o Maldini, se non sarà supportato da un progetto forte, nulla potrà contro gli sgambetti della politica e degli stessi club che, ormai quasi tutti di proprietà straniera, vanno in direzione ostinata e contraria rispetto agli interessi della Nazionale. Abbiamo un campionato a 20 squadre, sproporzionato e inutile, che serve solo per moltiplicare le partite e gli introiti. Nel Milan stasera contro il Napoli giocherà solo un italiano: Bartesaghi. Non è una questione di nazionalismo, ma di buon senso: se i nostri giovani migliori vengono “chiusi” da stranieri già pronti per l’uso (anche se mediocri), che Nazionale possiamo costruire?

Il calcio italiano si è fermato nel 2006, quando abbiamo vinto l’ultimo mondiale. Dopo ci siamo illusi. Viviamo di ricordi fino alla prossima partita della Nazionale. E quando si perde con la Bosnia, poi ci scandalizziamo. Se ne accorgono perfino i politici, che al posto di fare il loro mestiere (e magari rimodernare gli stadi) si mettono a blaterare di schemi e di 3-5-2. Purtroppo la Nazionale è lo specchio del Paese peggiore: quello che si lamenta ma non fa. Che critica ma non agisce. Finora abbiamo potuto prendercela con Spalletti e Gattuso. Perfetti capri espiatori. Trovarne un altro non sarà facile.

Sassuolo-Cagliari 2-1

Verona-Fiorentina 0-1

Lazio-Parma 1-1

Cremonese-Bologna 1-2

Pisa-Torino 0-1

Inter-Roma 5-2

OGGI

Udinese-Como (12.30)

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Juventus-Genoa (18)

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