1965-2018, com’è cambiata l’Italia dal Triangolo industriale al Poligono della crescita
di Paolo Bricco
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Cinquant’anni di vita italiana. Cinquant’anni di mutazioni. Cinquant’anni di nuovi equilibri industriali e sociali, culturali e civili. E di nuovi pesi e contrappesi, fra i territori e le specializzazioni produttive che compongono quell’articolato mosaico chiamato Italia. Il Triangolo Industriale su cui è sorta la modernizzazione italiana dagli anni Dieci al Boom economico e dagli anni Sessanta agli anni Ottanta è stato il perno su cui si è eretto l’edificio del Novecento. Un edificio basato sull’imprenditoria privata e sull’economia pubblica.
Un edificio solido ma tutt’altro che immobile che, gradualmente, a partire dagli anni Ottanta, ha modificato geometrie e architetture con lo spostamento dell’asse strategico verso il Nord-Est, fino all’attuale Poligono della Crescita che si sviluppa fra Parma e Bologna, Padova e Trento. Le elaborazioni sui dati Istat di lungo periodo – compiute dall’ufficio studi di Intesa Sanpaolo per Il Sole 24 Ore - raccontano una evoluzione insieme quantitativa e profondamente strutturale. Nel 1971, gli addetti nel Nord-Ovest (appunto il vecchio Triangolo Industriale, Milano-Torino-Genova, ossia la Lombardia, il Piemonte, la Liguria e la Valle d’Aosta) erano il 48,8% del totale della manifattura. Il Nord-Est (nella definizione dell’Istat, accolta dall’ufficio studi di Intesa Sanpaolo, formato da Emilia Romagna e Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige) contava sul 22,1 % degli addetti totali.
In quella Italia delle fabbriche, la base industriale era dunque rappresentata dall’economia pubblica di Genova (i cantieri navali e l’elettronica di Stato), dalla egemonia manifatturiera di Torino con la Fiat Impresa-Stato e dalla natura radicalmente produttiva di una Milano che era ancora lontana dal diventare la città degli stilisti e della moda, convertita alle dolcezze e alle sinuosità del terziario. Nel 2015, considerando sempre il parametro degli addetti manifatturieri, gli equilibri sono cambiati. La quota del Nord-Ovest è scesa al 36 per cento. Tredici punti percentuali in meno. Quella del Nord-Est è salita al 30,7 per cento. Nove punti percentuali in più.
In mezzo, in questi quasi cinquant’anni, c’è veramente di tutto. La crisi della grande impresa e l’acquisizione di una maggiore centralità delle economie di territorio e dei distretti. Il cammino delle grandi città del Nord - in particolare Milano - verso una sempre maggiore connessione con i network metropolitani stranieri - soprattutto europei - dalla crescente caratura globale, secondo una linea evolutiva che rende i principali centri di agglomerazione urbana sempre più autonomi dai rispettivi Stati di appartenenza.
La scoperta dell’“altra Italia”, che acquisisce consapevolezza di sé anche grazie al lavoro scientifico di economisti provenienti dalla cultura tradizionale come Giacomo Becattini e Giorgio Fuà, con il primo che adatta il canone del “distretto industriale” marshalliano alla complessità italiana e il secondo che apporta a questa operazione culturale l’autorevolezza elitaria e la forza eretica del suo pensiero. Il travaglio della fabbrica fordista classica, che a Torino e a Milano ha avuto i suoi bastioni italiani, e la lenta avanzata del capitalismo basato sulla economia della conoscenza, che ha nella manifattura soft-skilled di Bologna e di Verona, di Modena e di Vicenza i suoi epicentri simbolici.

