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10 marzo 1946: così il voto alle donne fu una rivoluzione

Il decreto di 80 anni fa consentiva alle donne anche di essere elette: il turno elettorale di primavera anticipò quello, cruciale, del 2 giugno

di Eliana Di Caro

 Maria Castaldo, 82 anni, quasi cieca e madre di nove figli, viene aiutata da un impiegato mentre esprime il primo voto della sua vita ad Anzio. Le prime elezioni libere in 26 anni hanno segnato la prima volta nella storia del Paese in cui alle donne è stato permesso di votare. (GettyImages)

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Prima del 2 giugno 1946 c’è un’altra data chiave scolpita nel nostro calendario civile: quella di tre mesi prima, il 10 marzo, quando viene approvato il decreto che permette alle italiane non solo di votare (diritto già acquisito il 1° febbraio 1945) ma anche di essere elette. Una rivoluzione.

Le donne poterono entrare nei luoghi della politica accanto agli uomini con il loro sguardo, il loro impegno e i loro obiettivi. Oltre duemila di loro furono elette nelle amministrative tra il 10 marzo e il 7 aprile 1946, quando si andò alle urne in più di 5.700 Comuni.

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Furono queste le prime elezioni libere dal 1921. Il 2 giugno furono scelte per l’Assemblea Costituente ventuno candidate (su un totale di 556 eletti) che lasciarono il segno su alcuni degli articoli fondamentali della Costituzione.

La risposta delle italiane

A dispetto della prudenza dei partiti, che temevano che riconoscere il voto alle donne non fosse strategico (il Pci pensava che avrebbe avvantaggiato i cattolici, in generale si aveva l’idea che ci sarebbe stato un forte astensionismo), le italiane andarono in massa a votare.

Le associazioni femminili, a cominciare da quella comunista dell’Udi (Unione donne italiane) e quella democristiana del Cif (Centro italiano femminile), avevano fatto una capillare attività di divulgazione e sensibilizzazione al voto, rendendo consapevoli le italiane dell’importanza cruciale di quel momento.

Nel turno elettorale di primavera l’affluenza fu dell’82% e le donne superarono numericamente gli uomini. Furono elette consigliere comunali e anche tredici sindache in piccoli centri, dall’Emilia alla Calabria, la cui priorità fu ridare la speranza in un territorio segnato dalla guerra: lavorarono nell’immediato per il reperimento e la distribuzione del cibo, per rispondere all’emergenza sanitaria, ricostruire le strade, realizzare case popolari e colonie per i piccoli.

La svolta del 2 giugno

Il 2 giugno 1946 l’affluenza raggiunse quasi il 90%, in equilibrio tra uomini e donne. Il 25 giugno tra i banchi dell’Assemblea Costituente appena aperta sedevano anche 21 donne: appena il 3,6% e tuttavia una minoranza combattiva e incisiva.

Erano nove democristiane (Maria Agamben Federici, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria de Unterrichter, Angela Gotelli, Angela M. Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio), nove comuniste (Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi), due socialiste (Bianca Bianchi e Lina Merlin), una esponente del Fronte dell’Uomo Qualunque (Ottavia Penna Buscemi).

Diverse per età, estrazione sociale, generazione e colori politici, ma unite nella battaglia per il principio di uguaglianza (articolo 3) declinato poi nei vari articoli della Costituzione (parità tra coniugi, nell’educazione dei figli, nel lavoro). La loro più grande lezione rimane la capacità di superare steccati e contrapposizioni in nome del bene comune e di obiettivi superiori. Anche laddove persero (vedi la battaglia per l’ingresso delle donne in magistratura), aprirono una strada. La nascente Repubblica, senza di loro, non sarebbe stata la stessa.

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