10 marzo 1946: così il voto alle donne fu una rivoluzione
Il decreto di 80 anni fa consentiva alle donne anche di essere elette: il turno elettorale di primavera anticipò quello, cruciale, del 2 giugno
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Prima del 2 giugno 1946 c’è un’altra data chiave scolpita nel nostro calendario civile: quella di tre mesi prima, il 10 marzo, quando viene approvato il decreto che permette alle italiane non solo di votare (diritto già acquisito il 1° febbraio 1945) ma anche di essere elette. Una rivoluzione.
Le donne poterono entrare nei luoghi della politica accanto agli uomini con il loro sguardo, il loro impegno e i loro obiettivi. Oltre duemila di loro furono elette nelle amministrative tra il 10 marzo e il 7 aprile 1946, quando si andò alle urne in più di 5.700 Comuni.
Furono queste le prime elezioni libere dal 1921. Il 2 giugno furono scelte per l’Assemblea Costituente ventuno candidate (su un totale di 556 eletti) che lasciarono il segno su alcuni degli articoli fondamentali della Costituzione.
La risposta delle italiane
A dispetto della prudenza dei partiti, che temevano che riconoscere il voto alle donne non fosse strategico (il Pci pensava che avrebbe avvantaggiato i cattolici, in generale si aveva l’idea che ci sarebbe stato un forte astensionismo), le italiane andarono in massa a votare.
Le associazioni femminili, a cominciare da quella comunista dell’Udi (Unione donne italiane) e quella democristiana del Cif (Centro italiano femminile), avevano fatto una capillare attività di divulgazione e sensibilizzazione al voto, rendendo consapevoli le italiane dell’importanza cruciale di quel momento.









